Giacomo Vanetti – L’ultima trasparenza

Giacomo Vanetti
L’ultima trasparenza. Memorie della fabbrica trovata
dal 7 marzo al 16 maggio 2010
a cura di Vittoria Broggini

La fabbrica che diventa luogo di memoria, capace di raccontare un passato importante e il lavoro di molti che a Laveno Mombello hanno dedicato la vita alla produzione ceramica. La mostra di Giacomo Vanetti L’ultima trasparenza. Memorie della fabbrica ritrovata, in corso al MIDeC dal 7 marzo al 16 maggio 2010 e realizzata in collaborazione con l’Istituto Italiano di fotografia, presenta il lavoro frutto di un’azione concettuale, semantica e fotografica, che prende il via da un ritrovamento casuale di alcuni registri che annotavano l’attività della ceramica Richard Ginori di Laveno Mombello.
L’artista con un’azione di scoperta ha attraversato l’edificio abbandonato da quasi vent’anni per fissarne in immagini alcuni momenti di una storia passata e riportarle su alcuni registri, ritrovati reperti e memoria di un tempo lontano. Su questa serie di registri vi sono le annotazioni e i segni riguardanti il lavoro in fabbrica; le temperature dei forni e le relative variazioni, i problemi tecnici e le soluzioni adottate, i cambi di turno e perfino gli auguri di Natale, tutto documentato con precisione e ordine maniacale. La carta ingiallita dal tempo e provata dall’umidità diventa per il fotografo la superficie su cui far emergere la stratificazione del ricordo, attraverso la stampa a contatto delle immagini di ciò che di quella struttura è rimasto. Scrive Giacomo Vanetti dell’esperienza all’origine di questo lavoro «Muri e soffitti abbattuti, i resti delle forme per produrre i sanitari abbandonati al divertimento di qualche vandalo. La muffa, diventata in qualche caso addirittura muschio, colorava le pareti. Infiltrazioni d’acqua allagavano il pavimento. E rumori sinistri che ogni tanto si mischiavano ai richiami dei pochi uccelli che nella desolazione dell’abbandono avevano deciso di fare il nido. Era un contrasto troppo forte e mi ha subito colpito. Mi piaceva l’idea di avere nello stesso tempo un’immagine attuale e un’immagine del passato in un unico pezzo, mostrando due aspetti estremamente opposti ma derivati da una singola realtà. Cosi ho deciso di aprire i registri, staccando accuratamente quello che rimaneva delle pagine e di renderli fotosensibili con un’ emulsione liquida stesa con un pennello, per ottenere un’ immagine pittorica, che si accordava con la qualità delle pagine, armonizzandosi e confondendosi con le interminabili serie di numeri scritte a matita sui vecchi fogli.»
Accanto al lavoro più strettamente “fotografico” l’artista presenta un vero e proprio totem della memoria, scatola che racchiude e restituisce al tempo il tempo lavoro, attraverso degli oggetti reali e culturali, piccole reliquie di chi in quella fabbrica ha operato e vissuto.
Reperti di alcune radiografie polmonari dei dipendenti a cui era allegata anche la cartella clinica con evidenziate le eventuali patologie riscontrate a causa di anni di esposizioni a polveri pericolose sono raccolte e esposte in un unico gesto, in un’opera il cui processo non è differente da quello delle stampe fotografiche e dal concetto di rivelare il nascosto, di far emergere le tracce.
«La fabbrica trovata – spiega la curatrice Vittoria Broggini – è un’unica operazione artistica che prende spunto da una riflessione sociologica legata al territorio da cui nasce e sviluppa una serie di opere dalla forte autonomia estetica. Un lavoro quello di Giacomo Vanetti il cui senso si potenzia nell’atto di presentarlo nel territorio da cui nasce ma il cui senso e il carattere fortemente poetico si estendono e amplificano nella visione e nella capacità emotiva ed immaginativa dello spettatore.»

orari
martedì 10-12.30; da mercoledì a venerdì 10-12.30/14.30-17.30;
sabato e domenica 10-12.30/14-17; chiuso il lunedì
ingresso gratuito